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Noto: Benito Marziano riflette su “Centina”.

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Noto: Benito Marziano riflette su “Centina”.

 NOTO: BENITO MARZIANO RIFLETTE SU ” CENTINA”di C. PAPA

 Poesie Notigiane del Novecento a cura di Biagio Iacono

Sicula Editrice ‒ Netum, Noto, 2016, € 20,00

  Leggendo questo pregevole volumetto ben curato editorialmente e impreziosito con riproduzioni, ovviamente qui di piccole proporzioni, di bei dipinti dello stesso Corrado che, sappiamo, non soltanto a Calliope dedica i suoi interessi, la prima impressione che se ne ha è, certamente, di sorpresa.  Chi conosce superficialmente Corrado difficilmente può pensare che possa nutrire sentimenti più profondi di quelli che solitamente dimostra: Corrado Papa è un “giovane”, avrei detto un tempo, e un po’ tale è rimasto, dico ora, di compagnia, che riesce sempre a trasformare qualsiasi discorso in una buona occasione per far fare a chi a lui si accompagna delle belle risate, perché dotato di un umorismo naturale, per cui la prima impressione che se ne potrebbe avere è che la vita, per lui, val la pena di viverla soltanto per ridere.

E anche quando in qualche occasione capita che tiri fuori una sua poesia, e la reciti, solitamente è una poesia umoristica, almeno così è a me capitato tante volte.  Ecco perché mi hanno sorpreso queste sue poesie, perché qui si ride, e tantissimo, ma non si ride soltanto. E, a pensarci bene, spesso si ride anche amaro. Direi, quindi, che queste liriche si potrebbero leggere anche come una sorta di catalogo delle debolezze, chiamiamole così, umane. Perché sotto l’apparente superficialità degli argomenti di volta in volta trattati emerge una buona conoscenza da parte del poeta degli esseri umani: dei loro difetti, delle loro ubbie, delle loro contraddizioni; e ancora dell’indifferenza verso il prossimo, e dell’irriconoscenza.

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Tranne qualche viaggiatore che arrivando alla stazione di Noto con uno dei rari treni che ancora vi si fermano, e che avendo un po’di sete, si ferma a  bere un sorso d’acqua, chi altri, ormai, si degna di rivolgere uno sguardo, alla “Cillitta ra stazioni”? Che pure tanti ha dissetato! E come non pensare, leggendo questa lirica, alle tante “cillitte” umane che come cose in disuso andiamo abbandonando alla loro sorte. Così Corrado sembra guardare, per es., la povera “zanna”  che appena nesci u suli, ogni matina,/ eccu ca va furriannu strata strata / nella speranza di raccattare qualche centesimo, ma tutti la sfuggono: Ma a genti pari c’hanu tutti prescia/ e c’è cu nun la viri e cu fa finta/ e cu si sgrigna pi “sta zanna tinta.”/

Sono tanti i tipi del repertorio umano di Corrado e qualcuno come Ron Cocò potrebbe  magari  apparirci inconsueto nel nostro tempo,  pur se non mancano ancora oggi ambulanti che vendono come grandi ‘preziosità’ o ‘meravigliosi attrezzi’ buoni per i più svariati usi, robetta di poco valore. Ma Ron Cocò  di Corrado era qualcosa di più per quanti allora ragazzi guardavamo con occhi sbarrati di meraviglia il Ron Cocò di turno che, capitando in città, per fare soffermare i passanti davanti al suo banco, cosa che era il suo vero obiettivo, cercava di sbalordirli e con loro anche noi  con qualche innocente giochetto di prestigio o raccontando  storie fantasiose che, magari, si andava inventando. E molti passanti compravano, ritenendo anche di fare un buon acquisto, quelle merci di assai scarso valore che il Nostro qui con grande efficacia definisce … ciacciri / e ciauru i cafè/ e l’eriva ri ‘n’isula, / ca nun si sapi unn’è./  Ma in questa poesia, a me pare, di leggere anche il rimpianto del poeta per il proprio tempo andato: l’infanzia, quella stupenda età ammaliatrice della quale Cioran diceva, e io personalmente totalmente condivido questo suo pensiero: “darei tutti i paesaggi del mondo per quelli della mia infanzia”. E qui, non vi sembra che Corrado esprima un po’ lo stesso pensiero con i versi: Ma era bellu crìrriri /e stori i Ron Cocò.?

UNUCI 013Però, sotto la vis comica, Corrado non manca di fustigare tanti difetti degli uomini, di questi pretenziosi liuna, come lui li vede in Nun era liuni, dove un cane per essere un po’più grosso del normale, si convince di essere leone, e comprende di non esserlo soltanto di fronte alla realtà, quando avendo raggiunto la foresta si trova davanti ai leoni veri. E come tanti arroganti presuntuosi uomini leoni: capiu ru cosi suli: s’ava zìttiri / e s’ava riurdari ch’era ‘n cani./  Ma spesso gli uomini di Corrado Papa stentano a comprendere che non sono leoni. Ciò accade molto frequentemente ai politici trombonisti, i quali trovandosi quasi sempre attorniati da cani scodinzolanti che sperano di acchiappare qualche osso, si ritengono boriosi leoni pronti a fare mirabolanti promesse quando chiedono agli elettori il voto, ma ben presto dimenticandosene. Così in Palli, palluna e so ‘Cillenza, quando l’eccellenza termina il suo comizio, il venditore di palloncini lo accusa ai cittadini di avere sparato palloni più grossi di quelli che lui vende e  che nessuno di loro compra, e a loro lo rinfaccia dicendo:  Paisani i stu paisi / chi avi gnuornu? Chi avi ‘n misi/ ca furriu cu sti palluna?/e pi mia nun c’è furtuna./ Ma i palluna i so ‘ccillenza,/ ginirusu ma a crirenza,/ ch’ha ‘bbaiatu comu ‘n cani,/ vi gghiuttiti sani sani./

 E i politici accorsi in gran numero a Noto, compreso il presidente della repubblica del tempo in occasione del crollo della cupola e dell’intera copertura della Cattedrale, sono ancora il bersaglio del Nostro in  Il più pezzo di 90.  Il quale più pezzo di 90 di fronte a tale sfracello, ispirato chissà da quale strano pensiero, non trovò che da rimproverare le autorità locali per dei ciuffi di erba cresciuti fra le crepe, molto probabilmente proprio dopo il crollo; meritando la veramente qui eccelsa ironia di Corrado che fa della promessa più o meno vera, ma in ogni caso, come si sarebbe visto, assolutamente esagerata,  perché non avvenne certamente entro l’anno la ricostruzione del tempio, come Corrado con due versi esilaranti giocando un po’ sul calembour ci dice che il presidente al sindaco avrebbe garantito: La matrice te la fano / forsi forsi entro… l’ano.

IMG_0051 E per dare giusto merito a Corrado esaltando il suo humor che è senz’altro, a mio credere, la componente più evidente e forse fondamentale del suo carattere, e di queste poesie, voglio chiudere le mie brevi note su questa spassosissima (ma non soltanto), silloge, ricordandone almeno un’altra poesia che solo a pensarla, io non la smetto di ridere. Parlo di quel capolavoro fra il nonsense, l’assurdo, l’equivoco che è “Cosa di morire”.  E a proposito di questo titolo, un appunto a Corrado voglio farlo: io l’avrei intitolata “Sdilloquio ‘ntra uno ferroviario e uno no,  perché    questo definire  i dialoganti, uno  per quel che è, e l’altro per quel che non è, mi sembra di una originalità unica. Non mi era mai capitato di leggere qualcosa di simile. E, già da solo, questo ‘ntra uno ferroviario e uno no,  fa tanto ridere.   Ma in questo esilarante capolavoro della reciproca incomprensione fra i due “sdilloquianti”, già questa ‘s’ disgiuntiva ci fa capire che il dialogo non sarà un dialogo,  a me pare che venga sfiorato, o non soltanto sfiorato uno dei peggiori limiti umani, la difficoltà, intendo, che in genere abbiamo di riuscire a entrare in sintonia con un’altra persona. Come se fossimo tutti affetti da una sorta di scotomizzazione mentale, non riusciamo a intendere dell’altro se non ciò che ci serve o ci piace  intendere. Così il ‘ferroviario’ segue nel suo ragionamento una sua logica, suoi schemi mentali, suoi interessi, senza cercare di comprendere di cosa l’altro ha veramente bisogno; il non ‘ferroviario’, d’altra parte, segue nel suo ragionamento una sua logica, suoi schemi mentali, suoi interessi senza tener conto di ciò che all’altro necessita capire.

E Papa, con questa poesia, mi pare che ci ricordi proprio che, in fondo, siamo un po’tutti ‘ferroviari’, a volte, e a volte, tutti ‘no’.

Noto, 3 Gennaio 2017                                       Benito Marziano

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