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Bono: il gioco di Renzi!

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Bono: il gioco di Renzi!

IL GIOCO DI RENZI

Dopo l’intervento “a braccio” all’Euro Parlamento, Renzi ha deciso di avviare la “fase due” della sua strategia e cioè, dopo il processo di condizionamento dialettico in Italia, l’imbonimento Europeo, basato sulle medesime tecniche propagandistiche già sperimentate con successo in Patria.

L’obbiettivo rimane lo stesso e cioè la creazione di una fitta cortina fumogena di slogan e frasi ad effetto per lasciare intendere l’avvio di un falso rinnovamento, mentre nei fatti si varano riforme non solo incapaci di risolvere i problemi dell’Italia, ma soprattutto funzionali all’obbiettivo del mantenimento dello status quo, e quindi a esclusiva tutela dei ceti sociali dominanti, principali responsabili e beneficiari dei mali del Paese.

La tecnica del “nostro” è basata sulla strumentale contrapposizione tra due concetti che non lo sono affatto e cioè rigore e crescita, e sul nemico da abbattere, che è stato individuato nel governo e nelle istituzioni finanziarie tedesche.

L’obbiettivo offerto alla credulità delle masse è quasi banale, e cioè quello di ottenere la riduzione del rigore dei conti, per aumentare i deficit programmati e, quindi liberare risorse a favore della “crescita”, ignorando la propedeutica essenziale fase delle riforme che, specie i paesi a più alta problematicità competitiva, dovrebbero preliminarmente adottare a prescindere.

Ma è proprio quello che Renzi non vuole o non può fare, e quindi sfodera la durlindana del suo ormai collaudato repertorio di frasi retoriche, lanciando nel dibattito costruito ad arte anatemi contro i tecnocrati e banchieri, richiami veementi alle “identità dei popoli”, reazioni sdegnate alle critiche per le mancate riforme, puntando tutto sul tentativo patetico di mantenere il confronto esclusivamente su un piano dialettico, anche ricorrendo a citazioni letterarie e mitologiche di dubbia pertinenza, ed ancora di più criptico messaggio.

E invece la questione fondamentale cui rispondere è: ma davvero basterebbe ciò che propone Renzi a risolvere i problemi economici dell’Italia, allineare il nostro Paese alle percentuali di crescita della media UE e a concorrere con i 27 patner alla strategia di uscita definitiva dalla crisi?

Cioè la riduzione del rigore, davvero darebbe all’Italia e poi all’UE questi risultati?

E se così fosse non sarebbe doveroso avviare anche una indagine sulle responsabilità politiche e penali nei confronti di tutti i coloro che per anni hanno rifiutato di assumere una soluzione così semplice per la crescita, sacrificando il benessere di milioni di persone?

Ed infatti è l’idea di Renzi che non ha alcun fondamento, perché nel subordinare le riforme alla riduzione del rigore, e non il contrario, ignora la fondamentale importanza del processo riformatore  per limitarsi a ripercorre gli errori del passato.

La presunta riduzione dei parametri del cosiddetto rigore e il relativo utilizzo delle risorse in tal guisa liberate infatti, senza la radicale attuazione di una sana politica riformatrice, non solo non risolverebbe nessuno dei problemi strutturali del Paese e quindi non favorirebbe per niente la crescita, ma non farebbe altro che riprendere ad alimentare i flussi parassitari e clientelari delle risorse pubbliche, in linea con gli sprechi perpetrati negli ultimi 30 anni, che peraltro sono proprio alla base dei problemi insoluti del nostro Paese.

Ciò che invece serve al Paese è la soluzione di continuità ad un sistema assistito e chiuso,  al servizio dei privilegi di corpi sociali e categorie che hanno beneficiato di nicchie protezionistiche cui non vogliono in alcun modo rinunciare.

Tale scenario comporterebbe l’avvio immediato di una ampia e complessa azione di rilancio della competitività del sistema economico fondata su una contestuale azione di liberalizzazione da tutti i privilegi delle varie caste sociali, una radicale sburocratizzazione ad ogni livello istituzionale, la stipula di un nuovo patto sociale tra produttori e lavoratori, la realizzazione di nuove condizioni di gestione del credito e la interpretazione corretta delle regole del mercato globalizzato.

Nessuno di questi obbiettivi appartiene al bagaglio riformatore oltre che dialettico di Renzi, che non vuole affatto “rottamare” il sistema, ma al contrario rafforzarlo.

Non sarà certo né l’Italicum né il Senato dei Mandarini a restituire la perduta competitività al Paese.

Per fortuna che in Europa lo hanno “sgamato” reiterando la richiesta delle riforme vere, di cui fino ad ora non c’è traccia, che sono le uniche in grado di “cambiare verso” al Paese.

On. Nicola Bono

 

 

 

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