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“Anselmo Madeddu: Mistero Bizantino” di Enzo Papa

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“Anselmo Madeddu: Mistero Bizantino” di Enzo Papa

“MISTERO BIZANTINO – LA VERITA’ SEPOLTA”

  di Enzo Papa

Raramente, ormai, capita di avere buoni commerci con la bella letteratura. Tanto più ci si sorprende quando si incontra un’opera che testimoni l’assoluto godimento letterario, il cosiddetto “piacere del testo”, della lettura che ti coinvolge e ti emoziona pagina dopo pagina. Altro che letteratura dei piagnistei, della malinconica ricerca del sé, delle incursioni sentimentali da baciperugina, tutte opere che in questo gran mare della produzione letteraria contemporanea non hanno più nulla da dirci e che già dalle prime pagine mostrano “un radiatore che fuma”; opere non necessarie, sovrabbondanti, e tuttavia inondanti con civettuola ostentazione le vetrine delle librerie.

 Ebbene, non mi accadeva da molto tempo avere tra le mani un’opera nuova, dirompente, fuori dai canonici schemi e dal sottobosco, almeno dai tempi delle folgoranti invenzioni letterarie, di “Horcynus Orca”, di “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, di “Diceria dell’untore”, di “Il Gattopardo” o anche, per essere più vicini al libro di cui voglio parlare, di “Il nome della rosa”; capolavori letterari come colonne portanti della letteratura non solo italiana, apparsi tutti come “casi” letterari.

Anselmo Madeddu a lungo, e per lunghi anni, ha lavorato e ha consumato “inchiostro, candele e nottate” a scrivere questo suo “Mistero bizantino”, una trilogia di romanzi di cui già conosciamo, affascinati, il primo volume, “La verità sepolta”, edito in questi giorni da Algra Editore (pgg. 384, € 20,00).

Tema portante, attorno a cui ruota una girandola di situazioni e di circostanze, è lo storico e vero assassinio rimasto irrisolto dell’imperatore Costante II, ucciso a Siracusa nel 668 d.C., nella città da lui cinque anni prima eletta a capo dell’Impero d’Oriente. Depositari del mistero che avvolge l’assassinio sono dei monaci bizantini che Madeddu fa muovere con agilità nelle fitte trame del romanzo, creando un intrigante e convincente triller. E non può non venirci a mente il sopracitato “Il nome della Rosa” e il suo manzoniano espediente che anche Madeddu utilizza per dare l’avvìo al suo “mistero”, cioè il casuale rinvenimento di un antico manoscritto; espediente da tutti appreso dall’inglese Walter Scott.

Nel 1968, l’anno delle contestazioni studentesche, un certo Totò Salinas, studente universitario di medicina, alter ego dell’autore,  durante il restauro del palazzo di famiglia in Ortigia, rinviene un ottocentesco manoscritto con la traduzione di un antico codice bizantino a firma del suo trisavolo Matteo Scandurra di Belmonte, archeologo, morto in circostanze misteriose, allo stesso modo come erano morti a Siracusa un gesuita fiammingo nel ‘600  (Jan Van Eyck) e un benedettino francese nel ‘700 (Marc Boucher), giunti in Città seguendo le piste  dell’antico codice. Per questo, a sciogliere gli enigmi che intravede nel manoscritto, il giovane Salinas si rivolge ad un suo amico l’ex commissario di polizia Magrì, dagli amici simpaticamente appellato Megrè, cioè Maigret.

Teatro Greco di Siracusa – foto di Lucia Iacono.

Sopravvissuto all’incendio della biblioteca di Sant’Andrea dei Teatini, (1868) sembra contenere, tale codice, l’agiografia di uno sconosciuto santo, San Staurachios, commissionata al monaco Venanzio da Canterbury, dal monaco Zonara igumeno (abate) del convento siracusano San Pietro ad Bajas ed in questo sollecitato dal patriarca di Antiochia Teofane.

Nasce così un’arca narrativa in cui si intrecciano codici linguistici ed elementi diversi, l’Ottocento del barone di Belmonte, il secondo Novecento di Totò Salinas, l’alto Medioevo del codice bizantino, la felice invenzione della nomenclatura di luoghi e di personaggi, l’affresco storico con i suoi richiami e con i suoi dettagli; ne vien fuori una sorta di universo narrativo che da più lati ci conduce a smascherare una storica impostura, il complotto di palazzo di cui fu vittima Costante II, celata nell’agiografia di San Staurachios. Ma è anche il momento storico in cui diventa importante le ricerca della formula chimica del “fuoco greco”, del “fuoco liquido” che neppure l’acqua riesce a spegnere, il cui possesso mette in competizione arabi e bizantini, nel tentativo di poter dominare con tale micidiale arma, il mondo. 

Enzo Papa

Sono quattro le lunghissime lettere agiografiche scritte dal monaco Venanzio, ma in ciascuna di esse più che la figura e l’opera di San Staurachios, di cui egli fu compartecipe, risalta il racconto di un’epoca difficile, tormentata, poco studiata, e di un anno assai particolare, il 668 d.C, che Anselmo Madeddu fervidamente riesce a far rivivere e a presentare alla nostra ignoranza, alla nostra curiosità  e alla nostra attenzione. E non sarà un caso, come si capirà, che la “verità sepolta” venga “dissepolta” esattamente milletrecento anni dopo, in quel 1968 altrettanto difficile, tormentato e rivoluzionario, l’anno della rivolta studentesca, della Primavera di Praga, del massacro di centinaia di civili nel villaggio vietnamita May Lay, dell’assassinio di Martin Luther King .

Ma in questo primo volume della trilogia il lettore non troverà alcuna soluzione del thriller, che man mano andrà sviluppandosi nel secondo volume “L’ultima lettera”  e nel terzo “L’anello di Eudocia”, già scritti e pronti da pubblicare, fin quando non troveranno soluzione sia l’assassinio di Costante II, sia le misteriose morti di Jan Van Eyck di Marc Boucher e dello stesso barone di Belmonte. Come ben si comprende, “Mistero bizantino”, opera poderosa di erudizione e di celebrazione dell’intelligenza, ha tutte le carte in regola per essere considerata, senza alcuna presunzione, un nuovo caso letterario.

Enzo Papa

NOTA BENE: L’articolo di cui sopra è  stato pubblicato lo scorso 9 Agosto 2023 dal quotidiano  “LA SICILIA” di Catania, che ringraziamo per la collaborazione.

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